martedì 29 marzo 2016

First day in Krabi

Se chiudo gli occhi e ripenso a Krabi sento ancora l'aria calda che mi ha accolta appena uscita dall'aereo. La prima immagine di Krabi che ho nella mente è il vasto spazio cementato del pavimento dell'aeroporto e in fondo alberi, alberi, verde intenso, un'immagine quasi sovraesposta, quasi bruciata da quel sole cocente. Nonostante portassi gli occhiali da sole facevo fatica a guardarmi intorno. L'aria era bollente, irrespirabile e io sentivo di aver trovato finalmente l'estate,  quella che non dà tregua, che il viaggio quasi cominciava in quel momento.
I giorni a Krabi sono stati forse i più particolari. Ci siamo voluti fare un regalo e scegliere un resort di fronte alla spiaggia, con la piscina vista mare. Ma la spiaggia, lunghissima, scurissima, deserta, non aveva niente a che vedere con le spiagge e il mare che per me volevano dire Thailandia.


Marat è la ragazza thailandese, musulmana come la maggior parte degli abitanti in questa zona di Krabi, che si è presa cura di noi durante la nostra permanenza in questa parte assolutamente poco visitata e isolata, lontana da negozi, locali, alberghi. I bar più vicini erano in realtà locali che fungevano anche da abitazione, con dei tavoli in pietra davanti alla porta da cui si potevano spesso intravedere gli interni spogli. I pranzi e le cene molto semplici venivano cucinate da donne con il velo sulla testa e profondi occhi scuri. 
Marat, conosciuta per caso sulla spiaggia appena arrivati, ci ha portato a pranzo il primo giorno con la sua moto adibita a tuc tuc e ad una festa la sera stessa. 


Come descrivere le situazioni in cui ci siamo ritrovati? Forse non basta dire che noi due eravamo gli unici turisti presenti a questa sorta di spettacolo all'aperto, con un palcoscenico e esibizioni di quello che sembrava quasi essere un saggio di fine anno di qualche scuola, con un migliaio di persone di cui molte sedute su terriccio e erba secca, che non applaudivano mai (!). Forse non basta dire che abbiamo assistito ad una gara di quelle che chiamare barche sarebbe un atto di coraggio, da quella stessa lunga e nera spiaggia, in quel tratto strapiena di conchiglie, sotto un sole assurdo. Forse non basta dire che più volte siamo stati fermati per essere ritratti nei selfie di alcuni ragazzi che ci guardavano con aria stranita, sempre sorridenti e gentilissimi e che a tutti i costi volevano fare una foto con noi. 
Tornare la sera nella nostra bellissima camera con aria condizionata mi faceva quasi stare a disagio. Ma non mi soffermo sulle sensazioni, non le saprei raccontare. 
In certe situazioni ho fatto foto solo con il cellulare, mi è sembrato più discreto, quasi più rispettoso. Per me era assurdo e divertente ma per loro era normalità e come tale non volevo che la loro vita mi sembrasse strana. 
Volevo solo capissero quanto apprezzassimo e fossimo grati di quello che facevano per noi.





2 commenti:

  1. I miei complimenti, sempre bellissime foto e ottimi reportage.
    Maurizio

    RispondiElimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...